Quando si sente parlare di Coronavirus si riflettono a esso tante altre voci, quali: malattia, morte, ansia, paura, preoccupazione. Non esistono molti termini positivi capaci di collegarsi perfettamente alla pandemia da Coronavirus, al di fuori di una: resilienza (dal termine latino re e salio, cioè rimbalzare).

In psicologia, la resilienza è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. È stato già dimostrato come anche i bambini riescano a valicare i momenti di difficoltà nonostante i traumi subìti durante la tenera età, quali la reclusione in orfanotrofi lager, le mutilazioni in guerra, gli abusi sessuali, che avrebbero potuto compromettere la loro normale crescita (Cyrulnik, 2000). Proprio nell’età “critica” per la costruzione della propria personalità, l’incredibile capacità dei bambini di trovare autonomamente le risorse psicologiche per reagire e strutturarsi una personalità sana diventa l’esempio chiave della resilienza.

Negli ultimi tempi, il termine resilienza indica sia la capacità di ripresa di un singolo individuo ai traumi subìti, sia la risalita di un’intera collettività a seguito di eventi critici che sfidano l’ambiente fisico e sociale (Dawes et al., 2004), assumendo cosicché un connotato più sociologico che psicologico. Infatti, i sociologi applicano gli studi sulla resilienza per analizzare contesti sociali successivi a eventi gravi, per esempio a seguito di guerre, catastrofi naturali, attentati terroristici, etc. (Dawes et al., 2004). Successivamente a questi eventi, molte società si immobilizzano, sviluppandosi in continua instabilità e, nei peggiori dei casi, collassando fino ad autodistruggersi. Al contrario, le società in grado di trovare gli input per la ripresa, diventano resilienti, facendo del proprio evento traumatico un punto di forza per la propria crescita socio-economica.

Attualmente, i diversi Paesi colpiti dall’epidemia da COVID-19 (a.k.a., SARS-COV-2) stanno attraversando un momento socio-economico peculiare, cercando di contrastare le conseguenze della pandemia attraverso diverse misure e sacrifici affinché tutto possa risolversi nel breve periodo. Gli stessi cittadini hanno dovuto rinunciare alle proprie routine e passioni, hobbies, passeggiate, incontri e aperitivi con gli amici, pur di limitare i contagi da Coronavirus che, a poco poco, ha messo in crisi diverse città. Sicuramente, una tale situazione non era prevedibile ai giorni nostri. Tuttavia, è un dato di fatto e bisogna stare nonostante il distanziamento fisico attraverso le varie misure decretate dai diversi Governi.

È doveroso ricordare che, per quanto enormi possano sembrare i sacrifici comuni richiesti, essi stessi sono assai minori rispetto a quelli compiuti da chi, costantemente, mette a repentaglio la propria vita pur di salvare quella degli altri: i professionisti dell’area sanitaria. La loro priorità è quella di salvare vite umane; aiutare chi soffre; dedicarsi completamente, se non esclusivamente, agli altri. È un mestiere che offre tanto e toglie tanto allo stesso tempo. Trattandosi di un’attività professionale, i lavoratori dell’area sanitaria devono ovviamente essere tutelati per la propria sicurezza, attraverso la formazione specifica e l’utilizzo dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale). Tuttavia, i DPI non offrono protezione alle reazioni psico-somatiche che anche tali professionisti possono avere durante il loro lavoro. Vedere i propri pazienti agonizzare e morire aumenta inconsciamente in essi la paura di immaginare anche i propri cari e sé stessi in quelle condizioni. Diverse sono le testimonianze in rotocalchi e quotidiani in cui si mostra ai civili la situazione psico-fisica di medici, infermieri e operatori socio-sanitari (OSS). Eccone riportate alcune:

“Ammetto che ho avuto una crisi emotiva quando mi sono accorta che avevo contratto l’infezione e ho provato rabbia per averla portata a casa: tutti gli operatori che lavorano nel comparto sanità, oltre allo stress dovuto a turni massacranti e ad una situazione tragica, vivono con la paura e l’angoscia costanti di poter portare il ‘mostro’ tra le mura domestiche, dalle proprie famiglie” (Strizioli, 2020).

E ancora:

Le operazioni di vestizione con i presidi adatti e le operazioni di igienizzazione sono lunghe e complesse: in turno, per ore e ore, non esiste bicchiere d’acqua, non c’è bagno né altro. E nonostante gli sforzi profusi, ci sono colleghi intubati e in rianimazione. E ci sono colleghi che vedono persone morire tutti i giorni senza poter fare niente, ora lo stanno subendo senza poter nemmeno affrontare la situazione, ma quando tutto questo sarà finito nessuno può immaginare quali saranno le conseguenze a livello psicologico oltre che fisico” (Strizioli, 2020).

Infine:

Ho la testa che mi scoppia e ammetto che spesso mi viene da piangere perché mi sento fragile” (Forti, 2020).

Dietro mascherine, guanti e camici, questi lavoratori restano in corsia giorno e notte, lavorando senza perdere tempo per sconfiggere la malattia e sopperendo al carico lavorativo di chi, tra essi, si è purtroppo ammalato ed è morto a causa della SARS-CoV-2. Infatti, per quanto la professionalità non manchi, la carenza di personale ospedaliero, in generale e rispetto all’emergenza improvvisa, ha portato a notevoli difficoltà nella gestione sanitaria, soprattutto in Italia. Deficit che accumula tensione su tensione al già complicato lavoro che medici, infermieri e OSS devono sobbarcarsi attualmente. Stress che porta gli stessi a incorrere in un altro insidioso rischio da non sottovalutare, ovvero la Sindrome da Bornout.

Non si disquisisce spesso di tale sintomatologia legata al mondo del lavoro, benché insita soprattutto negli ambiti ospedalieri e/o scientifici (Powell, 2017; Mirkovic & Bianchi, 2018; Kim & Faber, 2019; Nature Editorial, 2019). Tuttavia, da qualche tempo, la Sindrome da Bornout è entrata a far parte ufficialmente dell’elenco dei disturbi medici dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come “problema associato al lavoro”. Il primo a occuparsi di Burnout fu lo psicologo Herbert Freudenberger (1980), il quale illustrava sintomi comuni ai lavoratori negli istituti di igiene mentali, sintomatologia in seguito estesa a chiunque fosse in contatto con le persone in stato di disagio o sofferenza. Attualmente la sindrome da Bornout viene considerata anche per tutti gli operatori e ricercatori costretti a lavorare a ritmi stressanti, con carichi ingenti e pressioni costanti da parte dei loro superiori. La probabilità di ammalarsi di Bornout è più alta in alcuni soggetti rispetto ad altri per via delle diverse caratteristiche personali e per il proprio ambito lavorativo. Inoltre, il sovraccarico di lavoro, la mancanza di gratificazioni, assieme a orari e turni stressanti e alla retribuzione insoddisfacente, aumentano la probabilità di insorgere in tale patologia.

Il termine Bornout si traduce in Italiano come “scoppiato”, “esaurito”, “bruciato”. Tra le sue manifestazioni le più diffuse ci sono:

  • Demotivazione al lavoro;
  • Alienazione emotiva e autoisolamento;
  • Stress e conseguenti alterazioni psico-somatiche;
  • Depressione, crisi emotive, ansia e attacchi di panico;
  • Insonnia;
  • Sensazione di immobilismo;
  • Astenia;
  • Eccessivo uso di farmaci;
  • Isolamento e ritiro;
  • Attacchi di panico o ansia forte,

A causa dell’emergenza Coronavirus attuale, i professionisti dell’area sanitaria sono più soggetti a incorrere nel Bornout che in altre situazioni, in quanto si trovano a fronteggiare un’epidemia senza precedenti, con carichi di lavoro che aumentano sempre più a seguito dei problemi precedentemente descritti. Ancora più preoccupante è la probabilità che la sindrome da Bornout possa manifestarsi a fine epidemia, cioè nel momento del riposo, a causa di traumi postumi. Tra i professionisti dell’area sanitaria, uno dei principali effetti del Bornout è il progressivo ma inconsapevole distaccamento emotivo e la perdita di compassione nei confronti del paziente, con un conseguente calo delle prestazioni lavorative e di interesse per la salute del malato. È di facile comprensione l’importanza di formare i professionisti sui rischi della propria attività, la necessità di assicurare un’organizzazione lavorativa idonea con la predisposizione di strumenti per il supporto emotivo, anche e soprattutto in emergenze di tale calamità.

Perciò, l’appello di medici, infermieri e OSS impegnati notte e giorno nel fronteggiare l’epidemia da Coronavirus in Italia non è da sottovalutare: “Siamo pochi (…) non c’è neanche più il tempo per piangere, se non al termine dei lunghi turni massacranti. Vediamo una morte che non ha la dignità di essere celebrata, persone lontane dai loro affetti, siamo provati, siamo pochi” (Huffpost, 2020).

È importante e indispensabile prevenire la sindrome da Bornout sempre e ovunque e, in particolare, in occasione di questa emergenza, per la quale è stato creato appositamente uno sportello telefonico gratuito per supportare psicologicamente gli operatori sanitari a rischio Bornout e sindrome post traumatica da stress. Il servizio è operativo grazie Nursing Up (il sindacato degli infermieri italiani), al seguente link: https://nursingup.it/files/attivazione_sportello_covid19.pdf

Inoltre, la popolazione stessa può diventare l’attore principale per la prevenzione alla sindrome di Bornout attraverso il supporto collettivo trasmettendo ammirazione per gli estenuanti sforzi e sacrifici e l’altruismo nel mettere al primo posto i malati e poi, se c’è tempo, loro stessi. Sono gli angeli della società e meritano tutto il nostro appoggio.

Sotto quella divisa batte il cuore uomini e

donne che ogni giorno toccano con mano il dolore degli altri.

Si spera che qualcuno si ricordi di loro quando tutto questo un giorno sarà finito.

Tutte le foto nel presente articolo sono state rinvenute su Google Imagine.

 

Referenze:

Cyrulnik B (2000). Il dolore meraviglioso. Diventare adulti sereni superando i traumi dell’infanzia. Ed. Frassinelli, Italia. ISBN-10: 8876846077. ISBN-13: 9788876846076

Dawes SS, Cresswell AM & Cahan BB (2004) Learning From Crisis. Lessons in Human and Information Infrastructure From the World Trade Center Response. Social Science Computer Review, 22(1), 52-66.

Forti M (2020). Coronavirus, la testimonianza di un infermiere del Bufalini: “Ho la testa che mi scoppia e ammetto che spesso mi viene da piangere perché mi sento fragile”. Corriere Cesenate online. https://bit.ly/2RALC2J

Herbert Freudenberger, Geraldine Richelson, Burnout: The High Cost of High Achievement, Bantam Books, 1980, ISBN 978-0-553-20048-5

Huffpost (2020). Il video appello degli infermieri: “Non c’è più tempo”. Huffpost online. https://bit.ly/3en4xrw

Kim YJ & Faber E (2019). What medicine can teach academia about preventing burnout. Nature Career Column. doi: 10.1038/d41586-019-01451-9. https://www.nature.com/articles/d41586-019-01451-9

Mirkovic D & Bianchi R (2018). Physician burnout: let’s avoid unsubstantiated claims. Nature Reviews Clinical Oncology 16: 136. doi: 10.1038/s41571-018-0150-8

Nature Editorial, 2019. Nature 569: 307. doi: 10.1038/d41586-019-01492-0. https://www.nature.com/articles/d41586-019-01492-0

Powell K (2017). Work-life balance: Break or burn out. Nature, 545: 375-377. doi: 10.1038/nj7654-375°

Strizioli D (2020). A casa malata di Coronavirus, storia da brividi di un’infermiera del Santa Corona: “Vi racconto il nostro inferno”. IVG online. https://bit.ly/2XyJXyI